portfolio/exhibitions

SHAKING FREE

SHAKING FREE

Installation view

Site Specific Installation and paintings

Solo Show

Raucci/Santamaria Gallery, Napoli

2002

Exibition

Photo by Luciano Romano

Levita focalizza la sua attenzione sull’organizzazione testuale dell’operazione estetica, con il chiaro intento di creare un contesto in cui poter generare un alfabeto dell’immagine: linea, colore, non colore luce. Che si tratti delle tele precedenti, in cui immagini di occhi, grattacieli animali, sono di per se riconoscibili, ma svuotati dei loro referenti dimensionali, o degli ultimi lavori presentati per questa sua personale da Raucci/Santamaria , in cui l’astrazione grafica non è che la conseguenza ultima, questi elementi vengono ricondotti alla loro essenzialità costitutiva, dando vita ad un risultato che sembrerebbe essere conseguito attraverso un’equazione matematica. Il bianco, il non colore, che accoglie fluide gamme cromatiche delimitate dal nero, il non colore.

 

La luce che, nei colori su tela, viene coagulandosi sul fondo bianco, legittimando la bidimensionalità propria e quella dell’immagine, questa volta viene simbolicamente concretizzata dall’artista attraverso un fascio luminoso, disgiunto dal contesto pittorico e contenuto in uno spazio tridimensionale che collega i due ambienti dalla galleria.

 

Si tratta di un corridoio, alle cui estremità l’artista ha collocato degli elementi attraverso cui potenziare il dato percettivo delle sue opere. Da un lato, uno specchio, delle luci psichedeliche e due grandi tele incassate nella struttura, che riproducono, questa volta in bianco e nero, gli stessi segni delle tele collocate nella seconda stanza, dal titolo “Shaking free”, movimento libero. Luci e specchio amplificano visivamente lo spazio fisico della struttura e quello bidimensionale delle tele, conferendo ai segni qualità cinetica e consistenza tridimensionale.

 

Dall’altro lato del corridoio, un plexiglass arancione diventa un diaframma attraverso il quale filtrare l’esperienza percettiva delle tele installate nella stanza, a cui il corridoio porta, in cui l’idea del movimento, se bene non provocata da alcun movimento esterno e posticcio, è comunque evocato dal dato visivo.

 

La relazione del lavoro di Mariangela levita con l’ambiente espositivo finisce col diventare presupposto inscindibile della fase progettuale ed il linguaggio genericamente astratto che ne consegue e che sembra invadere fisicamente lo spazio del fruitore, sottostà alla logica dell’operazione estetica.

 

Giuliano Argenziano